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“È di notte che è bello credere alla luce.”
Edmond Rostand

Nightscapes – Luci e ombre dello spirito

Incantati, silenziosi, rarefatti. Sono questi gli ambienti in cui il fotografo Ugo Ricciardi libera un immaginario buio e luminoso in perfetto equilibrio. Un’ idea nata per caso, giocando con le luci di Natale dei figli, e sostenuta dalla necessità di solitudine, silenzio e natura. Il principio è fondamentale: applicare l’idea al paesaggio, evidenziando l’intervento del fotografo. L’ ispirazione è unica: l’ inconscio. Così l’autore trasforma luoghi a lui familiari in visioni magiche in cui l’oscurità e la luce della luna fanno da sfondo a misteriose entità lucenti. Essenziale è l’uso del bianco e nero che aiuta ad uscire dal realismo del colore, portando lo sguardo al di là della superficie in un piano in cui lo spazio e il momento sono assoluti.

Il metodo di lavoro è lungo e impegnativo. Di giorno la scelta delle inquadrature, gli alberi, le radici e i sassi, fantasticando su quello che potrebbe succedere durante il plenilunio, quando il chiarore della luna crea ombre lunghe e silenti. Di notte la sperimentazione con i cerchi di luce artificiale che nella penombra si animano di nuova vita, prendendo contorni diversi, sfuggevoli, mentre tutto il resto è ammantato dalle tenebre.

Il risultato è “Nightscapes”, un mondo sospeso tra realtà e sogno, caratterizzato da ombre di luce fumosa, in cui la messa in scena regna sovrana, mentre la simmetria e la geometria degli spazi rendono saldo il concetto. Un percorso spirituale e artistico per cercare la propria strada, annunciato in apertura dalle scie di luce che accompagnano l’osservatore ad addentrarsi nell’inconscio senza cercare un senso se non alla fine.

Ed ecco il primo passo, ci troviamo faccia a faccia con una simbolica porta di ingresso sormontata dall’unica vera musa di Ugo, la luce. Una guida in un’atmosfera irreale, dove i momenti di transizione e osservazione coesistono in una pace quasi ultraterrena. Un luogo di passaggio, abitato da anime luminose in perfetta simbiosi con la natura, che avvolgono l’ osservatore facendolo diventare parte stessa di quel mondo. Una realtà che ci viene svelata appena e che lascia spazio all’immaginazione e al significato personale.

È proprio questo l’obiettivo finale di Ugo Ricciardi, riscoprire l’ importanza di una visione individuale e soggettiva, facendo di “Nightscapes” un’ ascesa onirica alla creazione artistica.

VANESSA FERRAUTO


“Coloro che sognano ad occhi aperti conoscono molte cose che sfuggono a quanti sognano solo dormendo.”
Edgar Allan Poe
(da Eleonora, 1841)

Blown Away – L’onirica messa in scena dell’animo umano

Imbattersi nelle fotografie di Ugo Ricciardi è come entrare in un mondo parallelo che vive d’immaginazione e meraviglia. Per accedervi, basta liberare la mente dalla comune percezione delle cose e seguire il sentiero tracciato dall’autore. Nessun mistero, dunque, ma tutto sarà opportunamente svelato solo a chi vorrà perdersi nell’infinita espressività di una visione incantata. La prima immagine è sufficiente per cedere alla tentazione del misterioso racconto, e ben presto ci si trova legati ad una trama avvincente, che pian piano si arricchisce della nostra personale interpretazione. L’apertura è annunciata da un trittico di fiori appassiti e oscurati dal tempo, di cui è facile intuire i riferimenti iconografici che la fotografia suggerisce con assoluta maestria. Mi domando, allora, se quei fiori così spenti abbiano avuto, in origine, un aspetto luminoso, se siano stati mai donati per amore o per ravvivare l’ambiente di una dimora. Ma sebbene le immagini non suggeriscano risposte certe, penso che la luce di cui brillavano questi fiori dovesse essere così intensa da risplendere ancora oggi nella loro stessa assenza. Ed eccola qui, l’“Assenza”, la prima Musa ispiratrice di Ugo Ricciardi, autore di “Blown Away”, di bellezze romantiche e tormenti dell’anima.

Seguendo le tracce di fiori inerti e fluttuanti su sfondi immateriali, la sequenza si apre sui luoghi in cui gli eventi sembrano già compiuti. D’un tratto è come se l’autore volesse metterci faccia a faccia con l’immagine per eccellenza della “Fine”, e scegliesse di farlo su un set fantasy di matrice cinematografica. Qui il gusto del macabro sposa la naturale propensione di Ugo Ricciardi alla messa in scena fotografica. Il risultato è una visione del tutto immaginaria che affonda la sua ragion d’essere nella metafora della vita, che proprio nella glorificazione dell’onirico offre attualissimi spunti di riflessione culturale. La rappresentazione dell’autore, ad esempio, si svolge su tre versioni distinte di un pensiero unico che affonda le radici nell’idea dell’Apocalisse e della fine dei tempi. A queste ultime, portatrici di oscurità e devastazione, solo alcuni uomini sopravvivono e, non a caso, appaiono in composizioni piramidali che rivisitano La “Zattera della Medusa” di Théodore Géricault, amplificando, così, gli sviluppi interpretativi delle fotografie.

Al vertice compositivo di ciascuna delle tre fotografie, l’autore sceglie di raffigurare una donna, una sorta di femme fatale che conduce alla catastrofe con amara dolcezza e appagata rassegnazione. La sua identità cangiante la porta ad assumere le sembianze di una profeta, di una sposa e, in fine, di una suora. Queste donne appaiono, in successione, con la forza narrativa della metafora, ed esprimono, ognuna con ricercati e specifici attributi, i limiti e l’irrazionalità dell’uomo che si abbandona alla morte e alla catastrofe: la guerra e la violenza; il sesso e il piacere; l’ideologia e la religione.

Di fatto, in “Blown Away”, non c’è pausa per l’immaginazione, ogni dettaglio e impostazione richiama un’immagine o un pensiero che spalanca i nostri orizzonti visivi. Ogni sopravvissuto porta con sé i simboli stessi della decadenza umana: pizzi, merletti, cellulari, rosari, fotocamere e altro ancora. Sono gli oggetti del Dio consumismo e delle ideologie, che hanno favorito la rovina del genere umano e ai quali i soggetti di Ugo rimangono ancora, e inspiegabilmente, avvinghiati (tra questi un video dimenticato documenterà ai posteri l’umanità perduta).

In tutte e tre le immagini che li ritraggono deve avvertirsi uno stato di sospensione.
L’attesa verso qualcosa di definitivo che sta arrivando, a cui guardare nell’ultimo istante.
E anche alla fine il genere umano rimane fedele a sé stesso, continuando a camminare,
trascinandosi dietro le speranze, gli oggetti e le credenze di sempre. 
La guerra e la morte, 
l’amore e il sesso, 
il potere e la religione.
E tonnellate di immondizia.

Con queste parole, forti e sicure, Ugo Ricciardi svela le tematiche principali della sua opera. Ma nella produzione si affida senza indugio ad uno stile fantastico e iperreale che abbraccia da un lato l’iconografia pittorica, romantica e decadente, e dall’altro, quella della fotografia di moda, cara ai maestri della messa in scena come David La Chapelle e Erwin Olaf. Tale stile si perpetua nei ritratti che chiudono il progetto, come se rappresentassero la “messa a fuoco” finale dei protagonisti e delle varianti di un evento ancora in corso.

In ogni momento di “Blown Away”, la grande passione dell’autore rimane l’imprevedibilità del sogno, che ha caratterizzato l’immaginario nostalgico di numerosi artisti visionari: tutti ispirati, nel cinema come nella fotografia, al mondo di Edgar Allan Poe, il poeta gotico che sublimò le ossessioni e gli incubi più profondi del genere umano.

DENIS CURTI